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40 anni di immaginari nipponici in Italia, da Goldrake ai suoi eredi

A completamento dell'intervista a Marco Pellitteri nel dossier di copertina esclusivo di FdC n.273 ora nelle migliori edicole e fumetterie (e qui ordinabile anche via PayPal), per la quarta e più estesa riedizione in 2 volumi del suo celebre e fondamentale volume Mazinga Nostalgia (Tunué), vi forniamo un altro gustoso “extra”, raccogliendo i maggiori punti di svolta dell'animazione nipponica in Italia!

Ciao, Marco... e grazie ancora per la tua disponibilità. Prima degli anime (e per di più solo in bianco e nero), sulle tv italiane – dove, per ragioni d’immediata concorrenza, in 5 anni ci hanno ubriacato con 15 anni nipponici tutti d’un fiato – non si erano mai viste morti dei protagonisti, indecisioni morali degli eroi, redenzioni dei “cattivi” (e basta citare la Flora di Jeeg)... tu che cosa ritieni imprescindibile citare seppur sommariamente come punti di svolta?

Come i fan dei fumetti citano sempre la morte di Gwen Stacy in Amazing Spider-Man n.121 nel 1973 come la «fine dell’innocenza» nei fumetti di supereroi, io direi che alcuni fatti narrati in diverse serie animate giapponesi sanciscono «l’inizio della profondità» nel mondo dell’animazione per ragazzi.
Ce ne sarebbero tanti, ma direi, in ordine sparso, per come mi vengono in mente:
- la morte di Vitali e Joli Coeur in Remì, in cui si fa capire al piccolo spettatore che la morte è un fatto della vita;
- quando King Gori spezza il braccio di Goldrake sancendone la non assoluta invincibilità;
- quando Terence schiaffeggia Candy per scuoterla dal suo torpore causatole dal trauma per la morte di Anthony, senza che nessuno (vivaddio!) si sia mai espresso al riguardo in termini di «violenza sulle donne»;
- praticamente tutto quello che avviene in Lady Oscar così come anche in Conan, il ragazzo nel futuro;
- la scena iniziale della prima puntata di Marco, dagli Appennini alle Ande, in cui, nel silenzio assoluto, la madre Anna lo guarda mentre dorme, pensando che dovrà lasciare l’Italia il giorno dopo e così fissa nella memoria, con tristezza infinita, tutti i dettagli del volto e del profumo di bambino del figlio ancora ignaro;
- i colpi di gong e le schiene spezzate in L’Uomo Tigre, il campione;
- la morte di Rocky Joe, seduto al suo angolo del ring, nell’ultima fatale puntata;
- Georgie nuda e riscaldata dal fratello adottivo, entrambi nudi a letto, per evitarle l’assideramento dopo che l’ha salvata dall’annegamento in un fiume;
- le bombe umane in Zambot 3 e la guerra civile in Gundam, con la morte violenta di alcuni personaggi primari;
- il bacio fra Kyoko e Godai nella, credo, penultima puntata di Cara dolce Kyoko, la serie che forse più di ogni altra ha spiegato al pubblico italiano come funziona la vita vera dei giapponesi veri nel Giappone vero.
Ne ho in mente altre e so per certo che ciascun lettore farebbe molti altri esempi anche ben più validi dei miei, ma mi fermo qui...

Marco Pellitteri, sociologo dei media e dei processi culturali, è noto ormai internazionalmente come il più importante esperto italiano dell’immaginario giapponese e del suo impatto nei contesti europei, con particolare riferimento all’animazione e al fumetto. Da oltre cinque anni vive e lavora a Kobe e ha svolto ricerche intensive fra Giappone e vari paesi europei sull’impatto delle culture giapponesi nel Vecchio Continente, sulle politiche UE del broadcasting dei prodotti per ragazzi e sulle fluttuazioni del successo degli anime (disegni animati) e dei manga (fumetti) giapponesi. Studioso di media visivi, ha pubblicato numerosi libri e articoli accademici in italiano, inglese e altre lingue.


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