Il tuo browser non supporta JavaScript!

Analisi del nuovo “Texone”, quasi come fosse un reboot

di Gianni Brunoro

Se volete proprio saperlo (benché sappia già da ora che non vi interesserà gran che) quando è “nato” Tex, quel settembre 1948, io ero già 12enne (il che significa, per inciso, che lui è più giovane di me). E siccome a quel tempo le scuole iniziavano al 1° ottobre, la nascita di quell’albetto a striscia che era stato annunciato, senza però precisarne la data di uscita, lo attendevo con apprensiva impazienza, nell’ansioso timore che l’evento si realizzasse dopo il 1° ottobre. Perché a quella data, finite le vacanze, mi avrebbero come gli anni precedenti sepolto in collegio, dove – volere o volare – ai “giornaletti” era severamente vietato l’ingresso.... Figuratevi quindi la gioia provata alla fine di quell’attesa, visto che l’uscita a settembre mi ha poi permesso di vedere i primi tre numeri della nuova pubblicazione. [Completezza della notizia: devo al generoso amico e coetaneo Nello, che frequentava la mia stessa scuola però da “esterno”, la sistematica sfida alla sorte nel portarmi “de sfloso” cioè di nascosto, ogni settimana i microscopici albi, mano a mano che uscivano: ma questa è un’altra storia]. Insomma, immaginate come quella trepida attesa accentuò il piacere e il batticuore di quel coloratissimo primo numerino, Il totem misterioso della “Collana del Tex”. E quella primissima vignetta di Tex rimase impressa per sempre nel mio immaginario personale: Alludo ovviamente a lui – vestito coi pantaloni aderenti infilati negli stivaletti morbidi col risvolto – in agguato fra le rocce, «in una delle gole selvagge del Rainbow Canyon», a spiare una canea di inseguitori.

Come mai racconto queste cose? Il fatto è che nell’aprire il “Texone” di quest’anno – dal titolo Il magnifico fuorilegge, testi di Mauro Boselli, disegni di Stefano Andreucci – son rimasto quasi stecchito: un fatale colpo al cuore, la stessa identica emozione di quel lontano settembre di quasi settant’anni fa. Perché i due autori hanno ripreso, rielaborandola, quella stessa scena portando in qualche modo Tex all’indietro di decenni, «in un canyon tra il New Mexico e Arizona...», dando quasi l’impressione momentanea di farlo ricominciare: un reboot emozionante per chi – appunto come me – quella scena l’ha vissuta tanti anni fa in diretta, nel momento stesso in cui «Gianluigi Bonelli e Aurelio Galleppini, in arte Galep» l’avevano cucinata. Davano così vita a una saga che nessuno sapeva, forse tanto meno loro, quanto e per quanto tempo essa sarebbe stata vitale. Che questo sia un omaggio a loro anche da parte di Boselli & Andreucci mi pare ragionevolmente plausibile. Ma ora passiamo definitivamente a parlare di questa nuova avventura di Tex.

Perché Il magnifico fuorilegge si presta a tutta una serie di considerazioni, stimola variegate riflessioni. Specie per un vecchio lettore come me, per l’occasione indotto a constatare quanto tempo è passato, “quanta acqua è passata sotto i ponti” editoriali. Insomma, quanto è cambiato Tex e come l’episodio ci lascia intuire perché, dopo tanti anni, il personaggio rimane una stella di prima grandezza. Vero è che in questi decenni è anche abissalmente cambiato il fumetto. Ma il “miracolo” Tex è anche essere riuscito (i suoi autori e disegnatori, com’è ovvio) a non perdere assolutamente il ritmo, mantenendosi coerentemente al passo coi tempi sotto ogni punto di vista.

Anzitutto, Il magnifico fuorilegge è una storia in flashback, ciò che era quasi impensabile nei suoi anni aurorali. Quindi oltre tutto è un Tex “in solitario”, ben prima che fosse accompagnato dai suoi pard. Che in questa occasione sono Kit il Vecchio e Kit il Giovane, ai quali lui racconta l’antica avventura. Il senso del flashback è giustificato dal fatto che il racconto non possa assumere un sapore anacronistico. Tanto perché risulti al lettore che Tex sta vivendo il “suo” tempo e che la “vecchia” storia è soltanto un ricordo, bensì antico ma rievocato nella sua memoria. E dove le didascalie del racconto svolgono la funzione di raccordi narrativi fra i due tempi.

Soprattutto, Il magnifico fuorilegge (mi) induce a qualche considerazione sul raffronto fra il Tex delle origini e questo episodio che in certo senso rappresenta (quasi una metafora) tutto il Tex attuale, quello “moderno”, sebbene ciascun episodio abbia beninteso le proprie caratteristiche peculiari.

Nonostante il fatto che oggi, dopo 70 anni di vita editoriale e centinaia di episodi della sua vita di personaggio, sarà ormai ben difficile mettere insieme una cronologia ragionata (“ragionevole”!) della biografia di Tex, tuttavia questo episodio si situa grosso modo agli inizi (di quelli noti a noi lettori) quando lui era ancora un “lupo solitario”, ma già abbastanza noto come fuorilegge, con i suoi giusti quarti di invincibilità e tendenzialmente raddrizzatore di torti.

La vicenda specifica sta nel fatto che egli è ricercato da una banda di fuorilegge dai quali è accusato di una rapina. Accusa falsa in quanto la rapina è opera di uno dei membri della banda stessa, Verdugo, alla quale però fa comodo diffondere ad arte la truffaldina notizia, per giustificare la propria intenzione (e necessità) di farlo fuori. Figuriamoci il groviglio di azioni e reazioni scatenato da questa premessa. Anche perché poi Verdugo viene fatto fuori prima di poter riconoscere la propria colpa, sicché Tex deve darsi da fare per... eccetera. Chi legge il volume troverà comunque di che divertirsi a iosa, in un seguito incalzante di scazzottate, spari, inseguimenti, risse, addirittura un lungo assedio su un altipiano – fra l’altro, con Tex in compagnia del pivello Will Kramer, apprendista-fuorilegge da redimere! – e quanto altro sia coerente con tutto questo insieme. Che è il contenuto delle consuete 240 pagine dei Texoni – comprensive di interessanti paratesti – costituenti Il magnifico fuorilegge.

Sono pagine nelle quali troviamo dunque un Tex – che sul piano grafico ha l’espressione grifagna di un Tom Cruise – giovane, ribaldo e sbruffone, talvolta sornione talaltra sardonico, sicuro di sé, perfino spiritoso e battutista: francamente un po’ superuomo ma, come si sa, “lo spettacolo ha le sue esigenze”. Un episodio, oltre tutto, caratterizzato da un dialogo incalzante, veloce, ironico, originale e a sufficienza innovativo nel linguaggio.

Inoltre dobbiamo qui registrare perfino l’apparizione di Cochise dei Chiricahuas. “Fu la prima volta che lo vidi”, racconta il Nostro, e di lui, nell’occasione, diventa fratello di sangue su sua stessa richiesta (...per meriti acquisiti sul campo... Ossia per averlo aiutato a distruggere la banda dei comancheros che vessavano la sua tribù). Insomma, come ben si capisce, nell’episodio ce n’è a iosa, di carne al fuoco.

Nel contesto, si può magari notare come, negli anni, i fumetti – e quindi anche gli autori di Tex – abbiano assimilato la lezione dello spaghetti-western. La violenza, come la “leggiamo” qui, trovandola narrativamente del tutto normale, era assolutamente impensabile nei “bacchettoni” fumetti degli anni iniziali di Tex. Sotto un profilo del genere, un altro elemento caratterizza l’episodio, distinguendolo da quei lontani “anni verdi”. C’è una importante presenza di personaggi femminili, tutti di connotazioni positive. Troviamo la bellissima Sophie, che di mestiere fa la... escort nel delinquenziale villaggio di Robbers’ Nest, e che si rivela coraggiosa nel rivelare a Tex quanto gli serve nelle sue ricerche; incontriamo la ugualmente bellissima giovane indiana Nita, alla quale spetta uno svincolo narrativo fondamentale, in quanto salva Tex da una situazione pericolosa, al limite mortale; e c’è l’anziana pellerossa moglie di Dusty, un anziano amico – ma non troppo... – di Tex, per il quale questa Maria vivacemente simpatizza, evidenziandolo nel prospettargli succulente mmangiate... Ancora una volta una fondamentale differenza rispetto al Tex degli inizi, dove le donne erano dosate col contagocce e caratterizzate soprattutto da una propensione al comportamento “dark lady”.

Tali differenze ci porterebbero anche a fare con una certa ironia la conta degli ammazzamenti. A un certo punto, il personaggio Schirmer, uno dei “padroni” del citato villaggio di Robbers’ Nest, fa notare a Tex: «Da queste parti la mortalità è elevata, lo sai, e l’ultima volta tu stesso hai contribuito con una mezza dozzina di morti ammazzati!»... E anche ciò fa un po’ a pugni con il Tex dei suoi primi anni, quando la violenza nei fumetti era guardata con non poco sospetto da parte dei benpensanti (senza parlare di processi autentici che ci furono contro i fumetti, benché non quelli di Tex).

Com’è ovvio, tutte queste osservazioni portano il discorso a focalizzare l’operato degli autori. Nel caso specifico, com’è altrettanto ovvio, sugli autori dell’episodio in parola. Specie perché qui l’affiatamento fra sceneggiatore e disegnatore fa pensare a un affiatamento e a una convergenza tali che i “due” sembrano avere quasi la consistenza di “uno”, sicché la loro collaborazione acquisirebbe l’equivalente di ciò che un tempo chiamavamo “fumetto d’autore” (una considerazione valida del resto anche per altre coppie di autori Bonelli).

Ciò è del resto rilevabile anche – soprattutto? – dalla strepitosa cinematograficità delle inquadrature, che dal punto di vista grafico emulano inquadrature di assoluto sapore cinematografico. In Andreaucci, si evidenzia tale “parentela” con il cinema nel dinamico passaggio fra inquadrature (che, per esempio, sarebbe stato inimmaginabile negli albi a striscia: essendo così limitati nel loro sviluppo spazio-dimensionale, che ogni striminzitissima paginetta doveva limitarsi alla semplice sequenza di tre, massimo due, vignette). Qui ci sono pagine in cui si passa con morbida coerenza da inquadrature in campo lunghissimo o lungo, via via a non pochi primi piani – quando sono necessari – o addirittura ai dettagli, passando (ovviamente, per opportunità narrative) per la quasi-regola del piano americano: dove però il disegnatore mai si risparmia un guizzo di fantasia, con variazioni di inquadrature, ora in picchiata o in contro-picchiata – lievi o decise – ora in campo/controcampo nelle parti in cui è preponderante il dialogo. Maestria, ovviamente, dello sceneggiatore, che ha messo insieme una storia dinamica e forte, però perfettamente assecondata e mirabilmente servita da un disegnatore che si evidenzia assoluto padrone della propria tecnica espressiva e di una funzionalissima capacità figurativa. Va da sé, pur nella immediata e forse ingenua valenza del termine, che il disegno di Andreucci sia anche “bello” tout-court. Ciò è constatabile nella sicurezza del tratto, nell’equilibrio fra bianchi e neri – di impostazione rigorosamente classica – nelle fini e calibrate ombreggiature: insomma in quei requisiti che sono tradizionali del “buon” disegno fumettistico.

Riallacciandomi dunque ai “miei” ricordi dell’inizio, sono grato a questo episodio Il magnifico fuorilegge, a cui Tex mi ha riportato, inducendomi a una buona occasione per riandare non tanto a quanti anni sono passati bensì a mettere in ordine qualche idea sulle metamorfosi subite dal fumetto in questi decenni. Noi Capricorni abbiamo sempre la necessità di razionalizzare...



Inserisci un commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati con un asterisco*
Captcha errato

Inserire il codice per il download.

Inserire il codice attivare il servizio.